746 162. Mi sia permesso, o padre santo, di elevare
ora al cielo un lamento per quelli che si dicono tuoi. Molti
hanno in odio gli esercizi delle virtù, e volendo riposare
prima ancora di lavorare, dimostrano di essere figli non di
Francesco, ma di Lucifero. Abbiamo più abbondanza di
gente che si dà ammalata che di combattenti, mentre,
essendo nati per il lavoro, dovrebbero ritenere la loro vita
una milizia. Non amano rendersi utili con il lavoro, non son
capaci con la contemplazione. Dopo che hanno causato turbamento
in tutti con la loro vita singolare, lavorando più
con le mascelle che con le mani, detestano chi li riprende
apertamente e non permettono di essere toccati neppure con
la punta delle dita.
Ma ancor più mi colpisce la loro impudenza, perché,
al dire di san Francesco, a casa loro sarebbero vissuti solo
a costo di molto sudore, ed ora senza faticare, si nutrono
col sudore dei poveri.
Prodigio di scaltrezza! Non fanno niente e ti sembrano sempre
occupati. Conoscono bene gli orari della tavola, e se a volte
li stuzzica troppo la fame, accusano il sole di essersi addormentato.
Ed io, buon padre, dovrei credere degne della tua gloria le
mostruosità di questi uomini? Ma non lo sono neppure
della tua tonaca! Tu hai sempre insegnato ad accumulare in
questo tempo malsicuro e fugace ricchezze di meriti, perché
non capiti di dover mendicare nella vita futura. Questi invece,
destinati a finire poi in esilio, non hanno neppure il vero
gusto della patria. Questo morbo infierisce tra i sudditi,
perché i superiori fingono di non vedere, come se fosse
possibile sostenere i loro vizi e non condividerne il castigo.